Vista in sezione, la struttura sociale del presente dovrebbe configurarsi all'incirca così: su in alto i grandi magnati dei trust dei diversi gruppi di potere capitalistici che però sono in lotta tra loro; sotto di essi i magnati minori, i grandi proprietari terrieri e tutto lo staff dei collaboratori importanti; sotto di essi – suddivise in singoli strati – le masse dei liberi professionisti e degli impiegati di grado inferiore, della manovalanza politica, dei militari e dei professori, degli ingegneri e dei capiufficio fino alle dattilografe; ancora più giù i residui delle piccole esistenze autonome, gli artigiani, i bottegai, i contadini e tutti quanti, poi il proletariato, dagli strati operai qualificati meglio retribuiti, passando attraverso i manovali fino ad arrivare ai disoccupati cronici, ai poveri, ai vecchi e ai malati. Solo sotto tutto questo comincia quello che è il vero e proprio fondamento della miseria, sul quale si innalza questa costruzione, giacché finora abbiamo parlato solo dei paesi capitalistici sviluppati, e tutta la loro vita è sorretta dall'orribile apparato di sfruttamento che funziona nei territori semi-coloniali e coloniali, ossia in quella che è di gran lunga la parte più grande del mondo. Larghi territori dei Balcani sono una camera di tortura, in India, in Cina, in Africa la miseria di massa supera ogni immaginazione. Sotto gli ambiti in cui crepano a milioni i coolie della terra, andrebbe poi rappresentata l’indescrivibile, inimmaginabile sofferenza degli animali, l’inferno animale nella società umana, il sudore, il sangue, la disperazione degli animali. [...] Questo edificio, la cui cantina è un mattatoio e il cui tetto è una cattedrale, dalle finestre dei piani superiori assicura effettivamente una bella vista sul cielo stellato.

 

                                                                                                                M. Horkheimer, "Il grattacielo", in Crepuscolo. Appunti presi in Germania 1926-1931

 

Ciò che rende la nostra fase storica, il nostro sistema sociale l’apice di un processo di civilizzazione barbarico è un sistema industriale che ha fatto della produzione e consumo della morte o se si vuole della distruzione della vita il suo principale business. Questo sistema è caratterizzato da una solidità al proprio interno che non ha pari nella storia delle dinamiche sociali. La massa dei lavoratori salariati infatti ha fatto di questo sistema di produzione e consumo di morte la sua unica ragione d’esistenza. Specie gli interessi delle grandi corporation e dei salariati che in esse e per esse lavorano sono del tutto identici, una cosa sola. La socializzazione della produzione invece che leva per un superamento s’è mostrata il principale strumento di conservazione d’una vita sociale che ha fatto della vita tout court un inferno. Il quadro che presenta lo stato della nostra specie su questo pianeta è divenuto quello di un immenso campo di concentramento e sterminio per piante, animali ed esseri umani, in cui questi ultimi svolgono il ruolo di direttori ed esecutori di un massacro continuato secondo i diktat dell’apparato tecnico-scientifico. Non si troveranno kapò tra gli animali. E’’ impossibile pensare ad un superamento di questo stato di permanente produzione di morte, di questa “condanna di morte a vita” (1) ad opera di qualche elemento interno al sistema. Piante ed animali ne sono incapaci e gli unici capaci se ne guardano bene dall’interrompere un gioco che non prevede mai la pistola sia puntata contro i suoi artefici. Qualcuno osservò che "One can only speak of the victory of the proletarians to the extent that one simultaneously affirms that they will not realize it as proletarians, but in negating themselves, in posing man."(2). L’ovvietà così opportunamente evidenziata ne tradisce la sua impossibilità. Il sistema mostruoso messo in campo dall’apparato tecnico-scientifico per come lo conosciamo può cessare solo se questo sistema cessa di funzionare; solo se è incapace di riprodursi, come può accadere ad un singolo o collettivo organismo vivente. Nel nostro caso, tuttavia, il presente organismo sociale ha sempre mostrato di sapersi riprendere dalle sue continue difficoltà, facendoci assistere a ripetuti déjà vu. Sembra che l’unico modo perché cessi di esistere non sia endogeno, ma esogeno, ossia legato alla distruzione delle stesse condizioni materiali della sua riproduzione da esso stesso provocata, ossia solo per via di una catastrofe non sociale ma anzitutto ecologica. In questo prospettiva non c’è da stare allegri, giacché dovremmo allora vergognarci, per dirla con Adorno, nell'inferno che stiamo creando per le altre specie, di avere ancora l’aria per respirare.

 

1 L’espressione è di T. W. Adorno; 2 Jacques Camatte, Capital and community, 1972

 

 

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